Politica e pubblicità

Ultimamente mi soffermo ad osservare i cartelloni pubblicitari dei nostri politici.
Non spendo nemmeno un microsecondo nell’esprimere un giudizio estetico perchè troppo spesso sarebbe impietoso. Anche salendo a livello dei messaggi verbali inviati, fatico veramente molto a raggiungere un giudizio positivo.
Eppure la mia riflessione va al significato delle parole e dei concetti che sottendono.

Per esempio perché diciamo “campagna pubblicitaria” e “campagna elettorale” usando la stessa parola?  E’ indubbio che i politici usino strumenti di vendita di massa come la pubblicità per vincere la “campagna elettorale”.

Ora mi spingerò su una linea di teorizzazione estrema.

Secondo me nessun politico dovrebbe usare mezzi pubblicitari per promuovere la propria immagine, non deve vendere niente, tanto meno slogan poco verificabili.

Se vincere le elezioni volesse solo dire avere il privilegio di poter lavorare duro per il paese e solo a beneficio di questo, non credo che ci sarebbe tutta questa corsa alla vittoria elettorale.

Mi hanno insegnato che un obbiettivo ha tante caratteristiche per definirsi tale. Una di queste è che sia misurabile. Ecco, magari invece di un cartellone pubblicitario, mi piacerebbe vedere un programma politico articolato in pochi obiettivi e le modalità e i tempi proposti per raggiungerli (obiettivi misurabili come per esempio non superare mai più i limiti di inquinamento a Milano a partire dal  2011).

Se poi a fine mandato questi obiettivi misurabili non sono stati raggiunti, si renderà conto del perchè e del per come, lasciando ai cittadini il compito di decidere su qualcosa di più di una faccia su un cartellone o di uno slogan pensato da un pubblicitario.

Con amarezza, vi saluto

Pubblicità progresso, pubblicità politica.

Nei giorni scorsi mi è capitato di vedere per strada due campagne pubblicitarie, che mi hanno fatto seriamente riflettere.

Sono rispettivamente quella dell’onorevole Santanchè che recita: La politica non è solo “casta” e quella di Oliviero Toscani per la sanità che riporta lo slogan: Pane, amore e sanità.

Vi metto a parte delle mie riflessioni (che peraltro ho condiviso con parecchi amici) per cercare di capire.

Suppongo che, quando la Santanchè usa la parola “casta”, si riferisca al tanto discusso libro da poco uscito di Antonio Stella e Sergio Rizzo. Mi chiedo perchè un politico si senta in diritto di spendere dei soldi per annunciare da un cartellone che non fa parte di questa elite di potere; cosa che dovrebbe essere scontata, intrinsecamente connessa con la natura stessa della politica. Di più, mi sfugge il doppio senso che pare essere sottinteso dalla parola “casta” vicino al viso ammiccante dell’onorevole. Dico pare perché questa è la mia impressione, avvalorata per altro da diverse opinioni spassionate chieste a colleghe e amiche. E’ un peccato perché la Santanchè mi sembra una delle poche che si adopera effettivamente per i diritti delle donne, se sia poi casta o meno, a chi interessa? Chi vuole vedere la campagna pubblicitaria può visitare il sito: danielasantanche.com

La seconda campagna mi lascia ancora di più sconcertato. Si sa che Toscani utilizza un linguaggio forte, che tende a colpire prima lo stomaco che gli occhi, ma questa proprio non la capisco. Che vuol dire pane, amore e sanità? E’ uno scherzo? Se fossi un’infermiera poi mi sentirei offesa da quella faccia da schiaffi che sorride dal cartellone, come se avesse due palline di mollica infilate in bocca.

La sanità in Italia, dopo il film di Moore, sembra essere balzata ai primi posti delle classifiche, ma non è forse la qualità delle cure che deve essere posta sotto l’attenzione dei riflettori piuttosto che la gratuità?

Bah

un saluto